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Redazione
ANNO XIVsabato 13 Giugno 2026
tea & ribollita

Minori e criminalità: quando la rabbia diventa contenuto

«La nonviolenza è la più grande forza a disposizione dell’umanità. È più potente dell’arma più distruttiva mai creata dall’ingegno dell’uomo.» — Mahatma Gandhi

Rileggere oggi queste parole fa un certo effetto. Negli ultimi mesi le cronache hanno raccontato una lunga serie di aggressioni compiute da ragazzi sempre più giovani. Lucca, Massa, Taranto. Luoghi diversi, ma una domanda che ritorna sempre uguale: perché?

Perché un ragazzo arriva a trasformare la violenza in un gioco? Perché un gruppo sceglie una persona come bersaglio? E soprattutto, perché episodi del genere sembrano sempre meno eccezionali?

Vivendo tra Italia e Londra, questa è una domanda che mi accompagna spesso.

Qui nel Regno Unito il tema della criminalità giovanile è presente da anni nel dibattito pubblico. Si parla di gang, coltelli, aggressioni casuali e ragazzi che entrano troppo presto in circuiti di violenza.

Per molto tempo abbiamo pensato che fossero problemi delle grandi metropoli. Oggi quella distinzione sembra meno netta. Parlando di questi episodi mi torna spesso in mente mia madre. Quando ha del tempo libero le piace camminare. Eppure mi ha raccontato che, se vede un gruppo di ragazzi in lontananza, a volte preferisce cambiare strada. Non perché le sia successo qualcosa. Non perché viva nella paura. Ma perché non riesce a capire cosa possa scattare nella testa di qualcuno. È una frase che mi ha fatto riflettere.

Sono cresciuta in piccoli paesi della Garfagnana, in luoghi dove una volta si lasciavano le chiavi sulla porta o la macchina aperta senza pensarci troppo. Sarebbe ingenuo dire che allora non esistessero problemi, ma la percezione era diversa. Oggi, invece, sembra che l’imprevedibilità sia diventata una delle paure più diffuse. Non tanto il criminale che agisce per interesse o per vendetta, ma la possibilità di trovarsi davanti a qualcuno che colpisce senza una ragione comprensibile. E quando questa sensazione entra nella vita quotidiana, qualcosa cambia. Si diventa più prudenti. Più diffidenti. Forse anche più soli.

I numeri mostrano una situazione complessa. Non è necessariamente aumentato il numero complessivo dei giovani che commettono reati. Quello che preoccupa è la gravità di alcuni episodi e l’età sempre più bassa di chi li compie. In Italia, secondo i dati diffusi dal Ministero dell’Interno, nel 2024 la quota degli omicidi commessi da minori è passata dal 4% all’11% del totale nazionale.

Anche il Regno Unito continua a confrontarsi con il fenomeno. I reati con coltelli e armi offensive che coinvolgono minori restano una delle principali preoccupazioni delle autorità. Proprio per questo Londra ha investito non solo in controlli di polizia, ma anche in programmi educativi, supporto psicologico e prevenzione.

Perché punire un reato è necessario. Evitarne il successivo lo è ancora di più. Le cause sono molte e probabilmente non esiste una risposta unica. Dietro questi episodi ci sono rabbia, disagio, solitudine, fragilità familiari e sociali. Ma c’è anche qualcosa che riguarda tutti noi. Oggi ogni gesto può essere filmato. Ogni litigio può diventare un video. Ogni aggressione può trasformarsi in contenuto. E a volte sembra che la telecamera conti più della persona che sta soffrendo.

Forse la parte più inquietante non è soltanto la violenza. È la velocità con cui la consumiamo. Guardiamo un video, leggiamo una notizia, scorriamo lo schermo e passiamo oltre. Fa impressione pensare che una persona possa diventare vittima non per una rapina o un regolamento di conti, ma semplicemente perché si è trovata davanti alle persone sbagliate nel momento sbagliato.

Forse è anche per questo che penso spesso ai bambini che stanno crescendo oggi. Ho dei nipoti ancora piccoli e, come molti adulti, spero che abbiano gli strumenti per affrontare un mondo che sembra sempre più aggressivo. Non penso che un ragazzo si svegli una mattina decidendo di fare del male a qualcuno. Dietro certi comportamenti c’è quasi sempre qualcosa che viene da prima: educazione, esempi, contesto familiare, capacità di riconoscere il valore degli altri.

Per questo credo che la prevenzione non inizi nelle aule dei tribunali. Inizi molto prima. In famiglia, a scuola e nelle comunità che aiutano i ragazzi a crescere. Non ho una soluzione semplice. Ma forse il primo passo è smettere di considerare questi episodi come inevitabili. Perché una società dovrebbe preoccuparsi non solo quando aumenta la violenza, ma quando smette di indignarsi davanti ad essa.

Il rischio più grande non è convivere con la criminalità. È convivere con l’indifferenza.

Alla prossima,

Lovely to see you!

T&R

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