Si avvicinò alla stanza con passo curioso ed iniziò a strofinarsi contro le sue gambe con entusiasmo, emettendo soddisfatti miagolii. Condivisero il pasto, poi il ragazzo preparò il tavolo da lavoro che sbuffò un po’ della pallida polvere facendola ricadere tutt’intorno.
Il gattino si dedicò ad un vecchio gomitolo che iniziò a srotolare storie di grandi avventure.
Il ragazzo guardò oltre la finestra da dove sopraggiungeva il propagarsi del grido straniero,1 anche la luce quel giorno era roca, graffiava gli animi. Chiuse le imposte e scansando i modelli che pendevano dal soffitto tornò al tavolo, riordinò gli attrezzi ed afferrò un’idea.
Iniziò a tracciare delle linee, arabeschi dei suoi pensieri e l’idea si lasciò modellare…
Una casa, poi due, tre… si susseguivano come briciole di pane delimitando le vie, i vicoli, su su fino a Piazza Antelminelli: qui le sue dita disposero le gradole della Chiesa, gli archetti gotici dell’entrata alla Cappella di San Filippo, la Torre Campanaria fino a sentirne il canto.
Non si fermò perché poco più avanti c’era Porta San Michele: ne respirò il panorama e rivide i monti, le cime del Giovo, del Rondinaio.
Con lenta determinazione disegnò i muri bianchi come il gesso che accompagnavano le sinuosità fino a Porta a Ponte e poi i castagni, produttiva cornice del suo passato.
“… Lascia ch’io viva del mio passato… s’io trovi un bacio che non ho dato!”2
Il gattino nei suoi giochi urtò il tavolo e la polvere si confuse sospendendo l’atmosfera immaginaria ma il ragazzo, preso dalle sue fantasie, continuò ad affaccendarsi.
Era il tempo della Prima Guerra Mondiale: il compositore Gian Francesco Malipiero concepiva la partitura Pause del Silenzio, sette differenti atmosfere ispirate al timore di interrompere, anche solo con la musica, quel silenzio così difficile da trovare tra gli echi della guerra.
Ed in quel silenzio il ragazzo avanzava nel suo quadro, come a riempirlo di muta esistenza con le sue note bianche.
Ormai era quasi sera, il baschetto riposava incredulo appoggiato ad una sedia.
Si allontanò per quel che gli consentiva l’angusto spazio, poi tornò al banco… sfumò nel buio l’ultima selenite ed una diafana sfera si accese.
Il gomitolo aveva esaurito le sue storie dipanandone il filo in una scorreria di giochi ed il gattino si accucciò ai piedi del ragazzo che pallido di fatica e di polvere aveva terminato la sua poesia di scagliola in Piazzetta Pisani, proprio dietro la Chiesa, sotto il canto del Campanile.
“Sì, ritorniamo dove son quelli ch’amano ed amo”.2
Adesso nel cielo splendeva Selene e tutto il Borgo ne fu illuminato.
Nella Piazzetta il vento soffiò l’ultima polvere scoprendo una frase sotto la statua del Figurinaio: “Allora…baci tanto Mamma a Coreglia dell’Antelminelli…”.3
Il gattino pareva vero… il vento condusse con sé il filo.
1 Cit.: G. Pascoli, Italy.
2 Cit.: G. Pascoli, L’ora di Barga.
3 Cit.: G. Custer De Nobili, Il Figurinaio.
Questo racconto è stato pubblicato su Il Giornale di Coreglia Antelminelli -settembre 2015-, nella rubrica Angolo C, e inserito nel libro “Sotto un cielo di raso blu”, edito dal Comune di Coreglia Antelminelli.
