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Redazione
ANNO XIVvenerdì 11 Settembre 2026
kibaya

Siamo tutti africani: le origini dell’immigrazione

Conoscere la storia ci permette di essere più tolleranti e, soprattutto, di capire che l’umanità è una sola e che, nella pratica, al di là delle differenze fisiche, siamo tutti figli della stessa madre.

Vari studi archeologici, paleontologici, antropologici, ecc. hanno dimostrato che siamo tutti africani e che, dalla notte dei tempi, siamo stati nomadi, cioè immigrati.

Anche gli studi genetici dimostrano l’origine africana dell’essere umano moderno. Un gruppo di genetisti della University of California di Berkeley analizzarono il DNA mitocondriale di 147 donne di diverse popolazioni del mondo. Secondo Wilson et al. (1985), i mitocondri si riproducono per clonazione e sono trasmessi ai figli solo dalla madre, perché quelli contenuti nelle cellule spermatiche si disintegrano al momento della fecondazione. Grazie alla clonazione e all’eredità femminile, il DNA mitocondriale si protegge dalle ricombinazioni dei geni che avvengono nella riproduzione del DNA nucleare. Le mutazioni passano così intatte di generazione in generazione.

I genetisti statunitensi arrivarono alla conclusione che il più alto numero di variazioni riscontrate era fra le donne africane. “Queste scoperte dimostrano che in Africa le mutazioni risalivano a epoche molto lontane nel tempo, mentre tutti gli altri esseri umani condividevano mutazioni in grande parte accumulatesi in un passato piuttosto recente.” I genetisti sostengono che circa 10 mila generazioni fa, tutti i lignaggi materni si erano estinti mentre una sola donna aveva il suo DNA mitocondriale che diventava man mano più dominante; e così gli uomini del mondo intero portano in sé il DNA mitocondriale di una singola linea femminile. Abbiamo, quindi, una sola madre, la nostra antenata lontana e comune – secondo i genetisti chiamata l’“Eva africana.”

Nel 1991, un altro gruppo di ricercatori genetisti delle Università di Stanford e Yale guidati da Cavalli-Sforza, arrivò agli stessi risultati della University of California. Anche le parentele e le variazioni linguistiche dimostrano che le differenze maggiori, più antiche, si ritrovano nei gruppi linguistici africani.

Gli studiosi, sulla base dei fossili, della genetica e della linguistica hanno riconosciuto che l’essere umano moderno è comparso in Africa fra 140 mila e 290 mila anni fa: “Il mondo intero è stato popolato da uno o più gruppi di nomadi che lasciarono l’Africa in un tempo relativamente recente […] Il numero dei migranti fu quasi certamente ridottissimo: forse non più di 50 individui in un periodo di 70 anni, o non più di 500 in 200 anni.” Di sicuro l’essere umano di allora era nomade e, potenzialmente, opportunista: girava in cerca di cibo e acqua per la sua sopravvivenza; si sparse in tutto il mondo e in 4 mila generazioni aveva “rioccupato le regioni in cui l’Homo Erectus e l’Homo Sapiens arcaico si erano estinti” e “sostituito popolazioni preesistenti e colonizzato territori mai raggiunti dai loro simili”.   

Dopo cinque milioni di anni di evoluzione, 100 mila anni fa, gli ominidi erano diventati tanti e avevano già occupato tutta l’Africa. Probabilmente il numero alto dei nostri antenati – legato alla natura nomade, all’opportunismo e alla curiosità – fu la causa delle prime migrazioni.

Alcuni di quelli che sono usciti dall’Africa dopo aver perso i peli, rimasero di colore bianco a causa di un clima che non necessitava di una grande quantità di melanina. I peli rimasti sul capo non ebbero bisogno di diventare crespi, voluminosi, riccioli con la tendenza a coprire il capo come un cappello per la protezione contro il sole caldo del continente africano. Anzi, sono diventati più lisci in modo da scendere e coprire le spalle dal clima sempre freddo delle nuove terre scoperte.

Tutti questi fattori, fisici e non, con il passar degli anni, fecero perdere ogni ricordo delle origini africane agli immigrati. Nemmeno in Africa qualcuno si ricordò più di uomini fisicamente diversi da quelli, più o meno neri, che incontravano in giro o con i quali avevano sempre vissuto. A questo proposito, scriveva Reader (1997): “Quando nel XV secolo i discendenti europei di quei lontani emigranti sbarcarono per la prima volta sulle sponde africane, nessuno di loro ebbe l’impressione di tornare a casa”. Non sono stati nemmeno festeggiati dagli africani, perché secondo Reader, erano diventati degli uomini “avidi e violenti” dalla pelle bianca che vedevano l’Africa come una terra inospitale. Per questo gli africani “li tennero sulla porta ancora per qualche secolo”.

Bisogna notare che non solo l’aspetto fisico o tecnologico ebbero inizio in Africa, ma anche il linguaggio umano ha le sue radici in questa terra. Degli studi linguistici hanno dimostrato l’esistenza di quella che Reader chiama la “lingua madre ancestrale” che, sicuramente, è nata e si è evoluta in Africa insieme agli ominidi. La prima lingua, dopo aver dato alla luce diverse lingue, si è estinta lasciando, comunque, i suoi frutti che portano un residuo della sua esistenza.

I linguisti pensano che sia possibile ritrovare qualche elemento della lingua madre, esistita circa 100 mila anni fa, studiando le lingue viventi. Le lingue parlate nel mondo sono state raggruppate in famiglie linguistiche e molte di quelle famiglie sono africane. Queste classificazioni sono fatte sulla base delle strutture delle frasi e delle radici delle parole. Le radici insegnano molto sulla storia delle lingue. Le lingue della famiglia Khoisan, per la loro complessità fonetica, sembrano essere state il frutto diretto della lingua madre ancestrale. Traill (1978), parlando delle lingue Khoisan, dice “Parlarne correntemente una significa sfruttare al massimo le capacità fonatorie dell’uomo”.

Con molta probabilità, il linguaggio è nato e si è sviluppato durante le lunghe tappe dell’evoluzione degli ominidi per un bisogno di comunicazione al fine di organizzare la sopravvivenza. I Khoisan sono stati un popolo di cacciatori-raccoglitori che si sono sparsi in tutta l’Africa e, probabilmente, fino a fuoriuscire e inoltrarsi sempre più lontano per popolare altri orizzonti.

Il linguaggio, per l’essere umano, è stato necessario per una migliore organizzazione della vita sociale e per meglio interagire in gruppo. Degli autori come Dunbar, dopo anni di ricerche, sono giunti alla conclusione che il linguaggio è una risposta agli imperativi sociali, prima ancora che essere un mezzo utile per le attività quotidiane legate alla ricerca di cibo. Le lingue servirono a tramandare il vissuto, le difficoltà, il coraggio, le gioie, le astuzie, etc. di generazioni in generazioni tramite le favole soprattutto.

Gli uomini si esaltano e spingono i loro discendenti a seguire le loro orme. A questo proposito scriveva Reader: “La caccia, soprattutto di belve pericolose, è oggetto di lunghi racconti, la sera, intorno al fuoco. I figli dei cacciatori-raccoglitori crescono ascoltando le storie delle prodezze e delle avventure dei padri; e se ne entusiasmano […] I racconti lo incoraggiano ad ammirare gli uomini più audaci e astuti e lo invitano a emulare le loro azioni; quel che serve lo apprenderà guardando, giocando e cacciando lui stesso”.

Il linguaggio presenta tanti vantaggi: “Si può parlare mentre ci si sposta o mentre si è impegnati in altre attività; ci si può rivolgere a più persone e perfino risolvere dispute sulla divisione delle prede”.

Fonti:

Dunbar, R. I. M.  (1992a): Why Gossip is Good for You, in “New Scientist”, 21 November, PP. 21-31.

Reader, J. (1997): L’Africa: Biografia di un Continente, Milano, Mondadori.

Traill, A. (1978): The Language of the Bushmen, in Tobias, Philip V.T., P. 139.

Wilson, A. C. et al. (1985):  Mitochondrial DNA and Two Perspectives of Evolutionary Genetics, in “Biological Journal of the Linnean Society”, 26, PP. 375-400.

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