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Redazione
ANNO XIVmercoledì 16 Settembre 2026
kibaya

Thomas Sankara e la causa del popolo palestinese

Guardando la situazione geopolitica di oggi e gli orrori ai quali stiamo assistendo con le guerre ovunque, abbiamo ripensato ai discorsi di Noel Isidor Thomas Sankara, il famoso rivoluzionario burkinabè assassinato il 15 ottobre 1987.

Già nel 1984, alla 39ª sessione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, Sankara, nel suo intervento, aveva anche pensato ai mali del mondo di allora in questi termini: “Il mio paese è la quintessenza di tutte le disgrazie dei popoli, una sintesi dolorosa di tutte le sofferenze dell’umanità, ma anche e soprattutto una sintesi delle speranze derivanti dalla nostra lotta. Ecco perché ci sentiamo una sola persona con i malati che scrutano ansiosamente l’orizzonte di una scienza monopolizzata dai mercanti d’armi. Il mio pensiero va a tutti coloro che sono colpiti dalla distruzione della natura e ai trenta milioni di persone che muoiono ogni anno abbattute da quella terribile arma chiamata fame”.

Un modo riassuntivo di fare il punto sull’ipocrisia dei leader del nostro mondo che opprime e arma, che affama e sfrutta per poi venire a parlare di pace. Non ci sarà pace nel mondo se non ci uniremo tutti insieme per denunciare la causa delle guerre e delle altre sofferenze: l’egoismo e la sete di guadagno, ma anche la fabbricazione e la vendita delle armi.

Sankara ha sempre ripudiato le guerre e ha sempre denunciato l’ingiustizia in atto da 80 anni ormai in Palestina. “Come militare non posso dimenticare il soldato che obbedisce agli ordini, il dito sul grilletto e che sa che la pallottola che sta per partire porta solo un messaggio di morte. Parlo con indignazione a nome dei palestinesi, che un’umanità disumana ha scelto di sostituire con un altro popolo, solo ieri martirizzato. Il mio pensiero va al valoroso popolo palestinese, alle famiglie frantumate che vagano per il mondo in cerca di asilo. Coraggiosi, determinati, stoici e instancabili, i palestinesi ricordano alla coscienza umana la necessità e l’obbligo morale di rispettare i diritti di un popolo: i palestinesi, con i loro fratelli ebrei, si oppongono al sionismo”.

Quello che noi dobbiamo fare, come comuni cittadini, è riuscire a muovere la sensibilità dei nostri governanti che hanno voce per esprimersi chiaramente come Sankara, nelle sedi opportune, per la causa palestinese. Chi ci rappresenta tutti, nei parlamenti e senati, ovunque nel mondo, ha potere; un potere che abbiamo loro concesso tramite elezioni e hanno dunque il dovere di portare le nostre voci per la pace nel mondo. Questo perché il potere è nelle mani di pochi che tengono le sorti del pianeta nei palmi delle loro mani.

Sankara, nel 1984, ha detto davanti ai potenti del mondo: “Sono al fianco dei miei fratelli soldati dell’Iran e dell’Iraq che muoiono in una guerra fratricida e suicida, come sono vicino ai compagni del Nicaragua, i cui porti minati e i villaggi bombardati affrontano il loro destino con tanto coraggio e lucidità. Soffro con tutti i latinoamericani che faticano e lottano sotto i predatori dell’imperialismo. Sono a fianco dei popoli dell’Afghanistan e dell’Irlanda, di Grenada e di Timor Est, tutti alla ricerca di una serenità ispirata dalla loro dignità e dalle leggi della propria cultura. Parlo qui in nome di tutti coloro che cercano invano una tribuna davvero mondiale dove far sentire la propria voce ed essere presi in considerazione realmente. Molti mi hanno preceduto su questo palco e altri seguiranno. Però solo alcuni prenderanno le decisioni. Eppure, qui ufficialmente siamo tutti uguali. Bene, mi faccio portavoce di tutti coloro che invano cercano un’arena dalla quale essere ascoltati. Sì, vorrei parlare in nome di tutti gli “abbandonati del mondo”, perché sono un uomo e niente di quello che è umano mi è estraneo. La nostra rivoluzione in Burkina Faso abbraccia le sfortune di tutti i popoli; vuole ispirarsi alla totalità delle esperienze umane dall’inizio del mondo. Vogliamo essere gli eredi di tutte le rivoluzioni del mondo e di tutte le lotte di liberazione dei popoli del Terzo mondo. I nostri occhi guardano ai profondi sconvolgimenti che hanno trasformato il mondo. Traiamo insegnamenti dalla rivoluzione americana, le lezioni della sua vittoria contro la dominazione coloniale e le conseguenze della sua vittoria. Facciamo nostra la dottrina della non ingerenza degli europei negli affari americani e degli americani negli affari europei. Ciò che Monroe proclamava nel 1823 “l’America agli Americani”, oggi viene da noi ripreso affermando “l’Africa agli Africani” e “il Burkina Faso ai Burkinabé”. La rivoluzione francese del 1789, distruggendo le basi dell’assolutismo, ci ha insegnato l’intimo legame che esiste fra diritti umani e diritti dei popoli alla libertà. La grande rivoluzione d’ottobre del 1917 ha trasformato il mondo, portato il proletariato alla vittoria, scosso le fondamenta del capitalismo e realizzato i sogni di giustizia della comune di Parigi”.

Per la questione palestinese, non ci sarà pace senza la soluzione a due stati. Ogni popolo a diritti a una terra e voglio credere che sia appunto per questo diritto che lo stato di Israele è stato creato nel 1948. Diventa, quindi, difficile accettare che un altro popolo sia privato di un territorio dove vivere.

E come Sankara ha osservato: “La ricerca della pace va di pari passo con la realizzazione dei diritti dei paesi all’indipendenza, dei popoli alla libertà e delle nazioni all’autodeterminazione. In questo senso il premio più miserabile e terribile – sì, terribile – va assegnato al Medio Oriente, in termini di arroganza, insolenza e incredibile ostinazione, ad un piccolo paese, Israele, che da più di venti anni con l’inqualificabile complicità della sua potenza protettrice, gli Stati Uniti, continua a sfidare la comunità internazionale. Beffa della storia, che solo ieri consegnava gli ebrei all’orrore delle camere a gas, Israele infligge ora agli altri la sofferenza che ieri fu sua. Israele, il cui popolo amiamo per il suo coraggio e i sacrifici del passato, deve sapere che le condizioni della propria tranquillità non possono essere raggiunte con la forza delle armi finanziate dall’estero. Israele deve imparare a diventare una nazione come le altre e con le altre. Oggi, da questo podio, affermiamo la nostra solidarietà attiva e militante con gli uomini e le donne dello splendido combattivo popolo palestinese, e ci rincuoriamo sapendo che nessuna sofferenza dura per sempre”.

Thomas Sankara ha sempre espresso il suo sostegno alla Palestina in vari discorsi e in ogni occasione, ma è stato a Harare in Zimbabwe il 4 agosto 1986 durante il vertice del Movimento dei Non Allineati che ha fatto un discorso incentrato sulla questione palestinese in modo decisivo.

Lo propongo integralmente qua sotto:

“Fratelli e sorelle del mondo libero, compagni nella lotta contro l’ingiustizia, popoli in piedi contro l’oppressione, non possiamo essere liberi se anche un solo popolo, su questa terra, è ancora incatenato. Non possiamo respirare liberamente se le strade della Palestina sono soffocate da carri armati, posti di blocco e filo spinato.

La causa del popolo palestinese è la nostra causa.

Come africani, sappiamo cosa significa essere strappati dalla nostra terra. Sappiamo cosa significa vedere il nostro destino deciso altrove, su mappe tracciate da mani che non conoscono la nostra lingua né il nostro dolore.

E vediamo con chiarezza ciò che accade in Palestina: un popolo colonizzato, spinto all’esilio, trattato come straniero nella propria patria. Un popolo che resiste da decenni con dignità, contro una macchina di occupazione che si nutre di paura, di razzismo e di alleanze sporche.

Chi si dice amico della libertà, ma resta in silenzio di fronte all’oppressione del popolo palestinese, è un complice. Chi si lava le mani davanti all’apartheid non è neutrale, è schierato dalla parte dell’oppressore.

Io lo dico chiaramente: noi non siamo contro il popolo ebraico, così come non siamo contro nessun popolo. Siamo contro ogni sistema che opprime, colonizza, disumanizza. Che si chiami imperialismo, sionismo o dittatura del profitto.

Israele, così com’è oggi, non è uno Stato in cerca di pace. È una potenza che occupa, divide e reprime.

Finché non riconoscerà il diritto dei palestinesi a vivere liberi, in uno Stato sovrano, non potrà mai esserci giustizia. E senza giustizia, non ci sarà mai pace.

Abbiamo rotto le relazioni diplomatiche e economiche con Israele perché rifiutiamo l’ipocrisia. Non si può parlare di diritti umani da un lato e vendere armi e silenzio all’occupante dall’altro.

Fratelli e sorelle,

quando un bambino palestinese lancia una pietra, lancia anche la nostra speranza. Quando un’anziana rifiuta di abbandonare la sua casa a Hebron, è come una madre burkinabé che si aggrappa alla propria terra. Quando un poeta palestinese scrive dietro le sbarre, sta scrivendo anche per noi.

Non esiste lontananza tra gli oppressi.

La Palestina è anche l’Africa che resiste.

E noi, figli e figlie della dignità africana, siamo dalla parte della Palestina. Non con parole vuote, ma con una solidarietà viva, concreta, impegnata.

Che lo sappiano tutti: la rivoluzione non ha confini.

E finché la Palestina non sarà libera, noi continueremo a dire: la nostra libertà non è completa”.

Noi, ripeto, come cittadini comuni non possiamo cambiare la situazione in Palestina. Possiamo aiutare a curare i feriti o seppellire i morti. Possiamo aiutare con generi alimentari o medicine, o ancora aiutare qualcuno a fuggire dal teatro della guerra, accogliere uno o due a casa, ma finché la nostra lotta non sarà indirizzata verso i nostri leader in modo decisivo, non muoveremo le radici della sofferenza del popolo palestinese, ma nemmeno di quello ebraico che soffre la crudeltà del sionismo.

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