Per iscrivermi all’università nel 2000, mi servivano i documenti di mio padre che nessuno aveva. Avevo una sola copia del suo certificato di nascita, ma nessuno aveva mai pensato di richiedere un certificato di decesso quando morì.
Serviva il suo certificato di cittadinanza e anche uno per me. Dovevo andare a Saponé per procurarmelo, perché era il suo dipartimento di nascita – come si dice in Burkina Faso.
Ne parlai con mia zia, presso la quale mi ero recata per qualche giorno di visita. Lei manifestò il desiderio di accompagnarmi, perché conosceva la strada e sapeva anche dove si trovavano il comune e la prefettura di Sapone.
Dovevamo farci prestare una bicicletta per partire la mattina dopo, perché avevamo soltanto la bici della zia.
La mattina, la zia ebbe l’idea di farci prestare un motorino dall’unica persona che ne possedeva uno nel villaggio. Andammo insieme per chiedere il favore. Per fortuna la risposta fu positiva, con una precisazione: il motorino non era in buone condizioni, però si poteva provare.
Dovevamo comprare la benzina – chiamata “mélange” – a Yansare, un villaggio limitrofo. Quando il signore fece uscire il motorino, vidi che era vecchio e arrugginito, di marca CT (si legge SE TE). Già per farlo partire dovettero intervenire i maschi della casa. Ci montai sopra e anche la zia si mise dietro. Feci per partire, ma il motorino si spense. Il proprietario mi disse che non bisognava rallentare troppo, perché così si spegneva; cioè bisognava accelerare tenendo il freno tirato, in modo da non abbassare l’accelerazione. Lo riavviarono e feci come mi era stato detto. Così partimmo come se partecipassi ad una gara di rally! Vuum!
Dopo esserci fermate per mettere benzina, dovevo imparare a far ripartire da sola il benedetto motorino – cosa che feci dopo tante pedalate e il sudore che bagnava la maglia.
La strada era, in realtà, un piccolo sentiero e la si vedeva stendersi davanti a noi come la pista di un serpente. Il vero problema era il fatto che era piena di buche in certi tratti. Se cominciavo a rallentare perché c’era un buco, il motorino minacciava di spegnersi e a volte si spegneva davvero! In quest’ultimo caso scendevamo e poi pedalavo fino a riuscire a farlo ripartire di nuovo. A un certo momento, raggiungemmo una strada accettabile e scorrevole. Che pace!
All’improvviso però, il motorino, che andava come poteva, iniziò a spegnersi. Poi si fermò. Pensai fosse finita la benzina, perché il problema della vecchiaia dei motorini era il consumo esagerato di carburante, come se avessero sempre sete. Guardai dentro il serbatoio, ma ce n’era ancora un bel po’. Provai invano. Allora lo spinsi a mano, seguita dalla zia. Eravamo già stanche del motorino, e pensammo che forse sarebbe stato meglio le biciclette!
Arrivammo a Saponé Marché spingendo il motorino. L’amministrazione però era a Karkuidghin, da un’altra parte della cittadina, in pieno centro. Trovammo un “benzinaio” con una sola pompa di benzina e ne comprammo un po’. Chi era sul posto ci diede una mano per avviare il motorino, ma invano. Tutti dissero che era rotto. Lo portammo da un meccanico che si vedeva proprio di fronte.
Rischiavamo di trovare gli uffici chiusi a Karkuidghin e, per non fare un viaggio così difficile a vuoto per colpa di vecchio motorino, mia zia chiese il favore a un signore di accompagnarmi a Karkuidghin con la sua moto perché a piedi non ci sarei mai arrivata prima della chiusura degli uffici amministrativi.
Mi lasciò all’ingresso della città, dicendomi di salire sulla collina seguendo una strada alla nostra destra. Lì c’erano tutti gli uffici che mi servivano. Sentivo i muscoli deboli per la stanchezza, legata alla storia del motorino. Ero anche giù di morale per quello che avevamo passato e per la paura che mia zia non riuscisse a trovare una soluzione per fare riparare il nostro mezzo di trasporto. Poi, anche qualora fosse stato riparato, mia zia non avrebbe saputo usarlo. Arrivai in cima alla collina senza accorgermene, tanto ero immersa nei miei pensieri.
Bussai a una porta e, dopo aver spiegato il motivo della mia presenza, mi sentii dire che chi se ne occupava non c’era ancora, ma sarebbe dovuto arrivare. Vidi una panca accanto al muro e sedetti lì. Sentivo la testa pesante e un crollo che mi faceva venire tanta voglia di sdraiarmi. Avevo una nausea! Dovetti tenermi la testa con le mani. Passò un tempo, per me, infinito prima che uno dei funzionari mi dicesse che dovevo tornare l’indomani perché, se fino a quell’orario non c’era ancora il collega, voleva dire che non sarebbe più venuto. Risposi che non sarei potuta ritornare il giorno successivo, perché venivo da lontano. Non sapevano aiutarmi. Rimasi seduta lì e la situazione mi rese ancora più malata. Verso l’orario di chiusura, uno dei signori mi chiamò e chiese cosa ne volevo fare del documento. Risposi che mi sarei iscritta a breve all’università e quello faceva parte della lista dei documenti necessari per il dossier della domanda d’iscrizione. Decise allora di farmi avere i documenti.
Dovevo rispondere a delle domande per avere un “Certificat de non imposition” che mi sarebbe servito per dimostrare il reddito della mia famiglia:
- Tuo padre aveva un mezzo di trasporto?
- No!
- Aveva una casa?
- No!
- Aveva degli animali? Anche uno solo?
- No!
- Aveva un’arma, tipo un fucile?
- No!
- Neanche un coltello?
- No!
- Allora come facciamo!
Non risposi. Mio padre non ci aveva lasciato niente! È morto molto presto e non aveva potuto costruirsi niente. Aveva soltanto lavorato come un asino, pensando di costruirsi la vita per lui e per i suoi figli, ma non aveva avuto molto tempo. Mi sentii per la prima volta miserabile, e molto imbarazzata. Pensai, però, che tutto quello che non aveva potuto avere mio padre, mi sarei battuta per averlo io – tranne le armi per i miei eventuali figli. Il signore sembrava sorpreso e volevo dirgli che papà era morto soltanto a 42 anni e avrebbe avuto tutta la vita per costruirsi qualcosa, se la morte non l’avesse portato via. Ma non dissi nulla. - Facciamo allora il documento col nome di tua madre.
Annuii!
La mamma, almeno, aveva qualcosa che si poteva scrivere in un documento, perché era ancora viva. Allora mi fece questo certificato di non imposizione, facendomi le stesse domande su mia madre.
Dopo mi fece anche le copie conformi del certificato di nascita dei miei genitori. Eravamo rimasti solo noi due, quando finì di stampare il tutto.
Mi sentivo malissimo! Avevo molto freddo sotto il sole cocente e mi sentivo talmente calda che pensai che chiunque avrebbe potuto fare un barbecue appoggiando la carne su qualunque parte del mio corpo. L’aria che usciva dal mio naso mi bruciava quasi le narici. Forse il dispiacere, mescolato alla stanchezza e le preoccupazioni accumulate.
Scesi la collina e cominciai a camminare, sperando di sentire il rumore di qualche mezzo di trasporto per fare un autostop. Dopo circa 500 metri, vidi da lontano una signora che spingeva un motorino. Era mia zia! Non aveva mai spinto un motorino in vita sua! Aveva fatto 8 chilometri a piedi spingendo questo motorino? Mi venne voglia di correrle incontro e prendere subito il motorino dalle sue mani, ma non avevo più nessuna forza! Tremavo e non mi reggevano più le gambe. Avevo una sete indescrivibile e anche tanta fame! Mi misi seduta sul bordo della strada, per terra, per evitare di cadere in caso di svenimento. Tenni le ginocchia sollevate, stringendole con le due mani incrociate intorno, e vi appoggiai la testa sopra.
Quando sentii avvicinarsi la zia, mi alzai e le chiesi come andava il motorino. Mi rispose che non avevano potuto ripararlo e le avevano consigliato di portarlo dal meccanico di Karkuidghin dove stavamo in quel momento.
Mi chiese con la fronte corrugata: - Ma tu stai bene?
Scossi la testa e dissi che comunque non faceva niente. Avevo potuto avere i documenti, anche se avevo dovuto aspettare fino a quindici minuti prima che arrivasse lei.
Zia mi toccò le guance ed esclamò: - Ma stai bruciando! Andiamo all’ombra. Andiamo diritto e dove troveremo un posto da sedere ci siederemo. Devi mangiare qualcosa!
- Ecco la tettoia del meccanico!, disse la zia, gli diamo il motorino e ci sediamo lì.
Feci per prendere il motorino e spingerlo, perché aveva fatto già tanta strada la povera donna. Ma lei rifiutò dicendo che avevo l’aria di una che stava per crollare da un momento all’altro e che di sicuro non potevo spingere un motorino.
Dal meccanico c’erano dei tronchi d’alberi sistemati ai due lati sotto la tettoia. Ci mettemmo sedute una accanto all’altra e il meccanico cominciò a guardare il nostro mezzo di trasporto. Mangiammo due fette di anguria e, una mezz’oretta circa dopo, cominciai a sudare e la febbre cominciò a scendere.
Intanto il meccanico stava lottando col motorino. Ci mise circa un paio d’ore per far ripartire il nostro motorino e riprendemmo la strada del ritorno. Però il suo grosso problema era rimasto: non bisognava rallentare sennò si spegneva. Con le strade brutte che c’erano, non potevamo non rallentare per evitare una buca o entrarci piano. Quindi si spegneva in continuazione e pedalavo a lungo, sempre per riuscire a farlo ripartire.
A un certo momento, arrivammo vicino a un ruscello. La strada era stretta e punteggiata di buche! Per non far spegnere il motorino, andavo lo stesso veloce. La zia, che era seduta dietro, volava a qualche metro di altezza e ricadeva sul motorino, aggrappandosi come poteva. A un certo punto, la strada diventò un lungo fosso stretto dove entravano soltanto le ruote del motorino! Era un passaggio giusto per le ruote. Non si poteva andare di un centimetro nemmeno verso destra o sinistra. Era nel bosco e non si vedeva anima viva. La febbre mi era risalita e tremavo, ma guidavo!
Il rumore del motorino copriva ogni rumore come un carro armato che cigolava e per parlare dovevamo urlare. Sembrava starnutire in continuazione. Una roba che era proprio da tenere in un museo. Appena vedemmo un villaggio, ci fermammo per chiedere da bere! Intanto sentii, comunque, una certa gioia: avevo avuto dei documenti che nessuno dei parenti aveva avuto abbastanza istruzione da capire che avrebbero potuto servire. Il certificato di decesso di mio padre che non avevo conosciuto me lo sono fatta fare in quel giorno! Fui orgogliosa!