Alessandro Alfredo Nannini, originario di Castelnuovo di Garfagnana, è uno di quei giovani che hanno portato lontano le proprie radici senza mai recidere il legame con la terra d’origine. Dopo un percorso di studi interamente dedicato alla linguistica e alla filologia italiana, lo ritroviamo oggi in Germania, al Saarland, dove lavora come assistente universitario e conclude il suo dottorato. Il suo cammino accademico lo ha portato da Pisa a Siena, poi a Vienna e Torino, sempre all’incrocio tra ricerca, lingua e memoria. Nonostante la distanza, Alessandro continua a guardare alla Garfagnana come a un punto fermo, un luogo che gli ha trasmesso autenticità e senso delle radici. In questa intervista racconta il suo percorso, le sue scelte e il suo sguardo su chi parte e chi resta.
Cosa ti ha spinto a lasciare la Garfagnana per lavorare all’estero?
“Inizialmente ho lasciato Castelnuovo per studiare a Pisa. Infatti, dopo la maturità scientifica ho studiato all’Università di Pisa, dove mi sono laureato in Italianistica (laurea triennale e laurea specialistica). Terminato il percorso pisano, mi sono trasferito a Siena dove ho seguito il master di specializzazione in “Informatica del testo ed Edizione elettronica”. Questo settore mi interessava molto perché mi sembrava un completamento, un arricchimento della mia formazione umanistica tradizionale. Infatti, alla fine di questo percorso mi sono candidato per un posto di assistente scientifico all’Istituto di Romanistica dell’Università di Vienna, dove venivano richieste proprio le conoscenze e le competenze che avevo sviluppato durante gli studi, e sono stato preso”.
Prima di allora non avevo mai pensato a un mio eventuale trasferimento all’estero, ma ho deciso di non tirarmi indietro e da lì la mia vita ha conosciuto una nuova fase, fatta di nuove esperienze e di sfide inedite.
Dopo l’esperienza all’Università di Vienna ho ricevuto un incarico di ricerca all’Università di Torino e da aprile 2025 vivo in Germania, a Saarbrücken, dove lavoro come assistente alla cattedra di Filologia romanza del professor Elton Prifti. Quest’ultimo spostamento è stato decisamente più facile della mia prima “emigrazione”: quando sono arrivato in Germania, conoscevo già il tedesco e avevo una certa dimestichezza con l’ambiente accademico. Qui ho avuto la fortuna di incontrare un nutrito gruppo di studiosi italiani che lavorano nell’ambito del progetto Lessico Etimologico Italiano (LEI) e di altri progetti legati alla cattedra. Una little Italy nel Saarland!
Come descriveresti la tua vita oggi rispetto a quella che avevi (o immaginavi) in Garfagnana?
Come ho già detto, dai 19 anni mi sono allontanato gradualmente dalla Garfagnana. Quando mi sono trasferito a Pisa, pur amando la Garfagnana, sono rimasto affascinato dall’ambiente universitario e da una dimensione più grande rispetto a quella di paese. La Garfagnana rimaneva il luogo del cuore, gran parte delle mie amicizie erano e sono tuttora lì, ma pian piano ho iniziato a pensare che il mio percorso si sarebbe svolto altrove. Poi la vita mi ha portato addirittura fuori dall’Italia. Oggi ho la fortuna di fare quello che più mi piace dal punto di vista lavorativo. Era quello che desideravo e che non sarebbe stato possibile in Garfagnana.
C’è qualcosa della Garfagnana che porti con te ogni giorno, anche inconsapevolmente?
Della Garfagnana porto con me la genuinità, un modo di fare senza troppi fronzoli che credo sia un tratto caratteristico della nostra gente.
Su un altro piano, porto con me la ricerca di luoghi, panorami e anche situazioni che, in qualche modo, ricollego alla terra da cui provengo. Mi piace andare in giro a scoprire paesini, i “bar di provincia”, sagre e boschi. È una questione di radici.
Hai mai pensato di tornare? E se sì, in che forma: per vivere, per contribuire, per raccontare?
All’inizio sì, perché pensavo che la mia esperienza all’estero sarebbe stata transitoria. Poi le cose sono andate diversamente, per volontà mia, per le occasioni che si sono presentate, per come si è andata costituendo la mia vita privata.
Non penso di tornare. Torno due volte all’anno per passare le vacanze con la mia famiglia e i miei amici. Va bene così!
Mi piacerebbe contribuire alla conservazione della memoria, fare qualcosa di concreto affinché non vada perduto il patrimonio culturale delle nostre comunità. Per deformazione professionale, penso alla lingua e alle storie che rischiano di venire spazzate via dallo scorrere del tempo. Forse lavorando in questa direzione si potrebbe incidere anche sul presente. Vedo di buon occhio, ad esempio, i bei progetti del Comune di Castelnuovo di Garfagnana (in primis, la valorizzazione della Rocca Ariostesca) che stanno avendo ripercussioni positive sul paese.
Credo che l’allontanamento mi abbia reso più consapevole delle storie, delle peculiarità e delle bellezze legate ai nostri luoghi; per questo ammiro i progetti che ne promuovono la salvaguardia. In questo senso, la tua rubrica “Radici e orizzonti” è esemplare e, come garfagnino, ti sono grato per tutto il lavoro che svolgi.
Secondo te, cosa dovrebbe sapere chi vive ancora in Garfagnana su chi è partito oggi?
Credo che sia importante evitare due atteggiamenti opposti ed egualmente antipatici.
Da una parte c’è la narrazione di alcuni emigrati secondo la quale chi se ne va è migliore di chi resta. Dall’altra c’è l’atteggiamento di chi, pur non avendo mai superato la “rotonda di Marlia”, denigra la vita fuori, parlando di un “estero” (questa entità vaga) brutto in cui il caffè è cattivo e costoso.
Invece, ci dovremmo interrogare sulle ragioni profonde che hanno portato all’emigrazione di tanti giovani negli ultimi decenni. Si continua a parlare di “fuga dei cervelli”, come se il fenomeno migrazionale riguardasse soltanto certi profili professionali, ma in realtà sembra avere un impatto molto più ampio e trasversale. Perché?
Relativamente alla Garfagnana, possiamo dire che tutti conoscono qualcuno che se ne è andato (parenti, ex compagni di scuola). Si incontrano per le feste, si scambiano racconti sulle rispettive esperienze. Una persona giovane capisce presto quali sono le prospettive a casa e quali sono quelle fuori – senza parlare dell’“estero”, basti pensare ad altre città o altre regioni italiane. Infatti, l’emigrazione dalla Garfagnana è anche e soprattutto un fenomeno interno ai confini nazionali.
Chi resta perché contento con ciò che offre la Garfagnana, fa benissimo a restare. Il fatto che le persone non sentano la necessità di andarsene è segno di qualcosa che ancora funziona. Vedo che molti giovani garfagnini si impegnano in diverse attività che riguardano la comunità (eventi, podcast). Di sicuro non hanno bisogno dei miei consigli! A chi aspira a opportunità che la Garfagnana non può offrire, consiglio di andarsene.
In generale, consiglio di evitare le chiusure e di valorizzare ogni esperienza che favorisca lo scambio, in Garfagnana come altrove.