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Redazione
ANNO XIVmartedì 27 Ottobre 2026
radici e orizzonti

Le strade lunghe della Garfagnana: l’avventura di Antonio Bianconi di Treppignana in Brasile

Tra le molte storie che intrecciano la Garfagnana al grande flusso migratorio verso il Brasile, quella di Antonio Bianconi, nato nel 1838 a Treppignana, merita di essere riportata alla luce. È una vicenda che attraversa montagne, oceani e generazioni, e che oggi riaffiora grazie alla documentazione conservata tra Toscana e Stato di San Paolo. Per queste preziose informazioni desidero ringraziare l’avv. Octavio Verri di Ribeirão Preto, anch’egli discendente garfagnino, che da anni custodisce e studia le tracce di queste famiglie.

Antonio Bianconi, figlio di Giovanni Bianconi e Rosa Pardi, lasciò la Garfagnana giovanissimo, dopo aver lavorato in Svizzera e Germania. A soli diciannove anni s’imbarcò per il Brasile, dove iniziò come venditore ambulante tra Minas Gerais e San Paolo. Nel 1874, quando venne istituito il Comune di Ribeirão Preto, risultò uno dei soli tre immigrati stranieri presenti: un dato che restituisce la misura pionieristica della sua presenza.

Un documento del Comune di Fosciandora rivela un dettaglio curioso: il suo nome anagrafico era Itálico, poi trasformato in Antonio nel corso della vita. Con lui emigrò anche il cognato Domenico Donati, sposato con la sorella Maria, a testimonianza di come le reti familiari fossero spesso il primo motore dell’espatrio.

La vita di Antonio in Brasile fu intensa e laboriosa. Divenne proprietario terriero e figura di riferimento per molti connazionali. Le fonti brasiliane lo descrivono come uno dei primissimi europei ad arrivare nella regione di Ribeirão Preto, addirittura prima del 1870, e come il primo immigrato a diventare ricco grazie alla coltivazione del caffè. La sua integrazione fu rapida: sposò Maria Ursula, appartenente a una famiglia di importanti proprietari terrieri, e costruì una posizione economica solida in un territorio allora in piena espansione agricola.

Un dato particolarmente significativo emerge dagli archivi municipali di Sertãozinho: nel 1905 Antonio Bianconi risultava proprietario di 810.000 piante di caffè, collocandosi tra i maggiori fazendeiros della regione. Questo dato conferma non solo la sua prosperità, ma anche il ruolo centrale che ebbe nello sviluppo agricolo dell’area.

Altre informazioni sul Bianconi sono state tramandate grazie alle lettere del conterrano Carlo Santini, conservate presso la Fondazione Paolo Cresci di Lucca.

La discendenza di Antonio e Maria Ursula è ampia e profondamente radicata nel territorio paulista. Tra i generi spicca Giuseppe Francesco Pietro Strini, originario di Molazzana, che divenne il suo collaboratore più fidato nella gestione delle fattorie. Alla morte di Antonio, nel 1916, la Fazenda Santa Rosa passò alla figlia Francisca e al marito Pietro Strini, e da loro al figlio Américo, fino alla suddivisione finale tra i nove nipoti.

La storia di Antonio Bianconi, poi nominato per meriti Cavaliere del Regno d’Italia, si inserisce in un quadro più ampio: quello della presenza italiana nello Stato di São Paulo, che contribuì in modo decisivo alla costruzione di città, istituzioni, infrastrutture, attività economiche e responsabilità sociale e culturale. A Ribeirão Preto e Sertãozinho gli italiani fondarono associazioni, parteciparono alla vita politica, animarono la vita religiosa e diedero impulso alla modernizzazione agricola e urbana. In questo contesto, la figura di Bianconi emerge come quella di un pioniere che seppe cogliere le opportunità di un territorio in trasformazione e contribuire alla sua crescita.

Questa storia, come molte altre disseminate tra Garfagnana e Brasile, ricorda quanto la nostra terra abbia contribuito alla costruzione di comunità lontane, portando con sé lavoro, tenacia e un’identità che continua a risuonare anche a migliaia di chilometri di distanza. Le radici restano qui, tra le Apuane e il Serchio, ma gli orizzonti che hanno aperto continuano a parlarci ancora oggi.

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