Entrate in un bar alle otto di mattina. Intorno a voi, tazze di caffè, occhi sullo smartphone, auricolari nelle orecchie. Nessuno sembra davvero fermo. Eppure, se potessimo leggere un pensiero comune, probabilmente sarebbe: “Sono stanco.” Stanchi di lavorare, stanchi di correre, stanchi di rispondere ai messaggi, stanchi perfino di riposarci.
È da questa sensazione diffusa che parte Byung-Chul Han, filosofo sudcoreano naturalizzato tedesco, nel suo celebre saggio La società della stanchezza. Un libretto breve, quasi minimale, che però mi ha colpita come un pugno gentile ma preciso: secondo Han, non viviamo più in una società disciplinare, fatta di divieti e imposizioni, ma in una società della prestazione.
Mi ha molto colpita la profondità e l’attualità di questa riflessione per questo, cari lettori, voglio fare una riflessione su questo concetto di “stanchezza dell’anima”.
Non siamo più sfruttati: ci auto-sfruttiamo
Nel Novecento il potere aveva un volto chiaro: fabbriche, orari rigidi, padroni, ordini. Oggi, scrive Han, il potere è diventato seducente. Ci invita a realizzarci, a migliorare, a essere produttivi, creativi, positivi, performanti.
Non c’è più un sorvegliante: siamo noi a controllarci. Non c’è più un padrone: siamo noi a diventare imprenditori di noi stessi. Il risultato? L’individuo contemporaneo non è un “sottomesso”, ma un progetto infinito. Deve ottimizzarsi, aggiornarsi, reinventarsi. Sempre.
E così lavoriamo anche quando non lavoriamo:
– quando postiamo, costruiamo un’identità;
– quando ci alleniamo, miglioriamo il nostro “brand corporeo”;
– quando studiamo, investiamo su noi stessi;
– quando ci rilassiamo, lo facciamo in modo produttivo (“mindfulness”, “self-care”, “work-life balance”).
Non c’è più un fuori. Tutto diventa prestazione.
La nuova malattia non è la repressione, ma la depressione
Secondo Han, ogni epoca ha le sue patologie. Se il secolo scorso era segnato da virus, batteri e follia repressiva, il nostro è dominato da depressione, burnout, disturbi dell’attenzione, ansia cronica. Non siamo ammalati perché qualcuno ci opprime. Siamo ammalati perché non riusciamo più a smettere.
La depressione, in questa chiave, non nasce dal sentirsi incapaci, ma dal sentirsi obbligati a essere capaci di tutto. Sempre motivati, sempre felici, sempre all’altezza. Il fallimento non è più sociale: è personale. Non è il sistema che non funziona, siamo noi. E allora ci stanchiamo. Non una stanchezza fisica, che passa dormendo. Ma una stanchezza più profonda: dell’anima.
Scrolliamo, ma non guardiamo più
Uno dei passaggi più attuali del pensiero di Han riguarda l’attenzione. Viviamo immersi in notifiche, immagini, stimoli. Siamo iperattivi, ma raramente presenti. L’attenzione profonda, quella che permette la contemplazione, la noia creativa, il pensiero lento, viene sostituita da un’attenzione frammentata, nervosa, sempre pronta a essere catturata da qualcos’altro.
Guardiamo tutto, ma non vediamo più niente. Comunichiamo sempre, ma diciamo poco. Siamo connessi, ma spesso soli. In Italia questo si traduce in giornate fitte, agende piene, aperitivi, palestra, corsi, progetti, podcast, viaggi, networking. Anche il tempo libero deve “servire a qualcosa”. E se non serve, ci mette a disagio. La noia – che un tempo era una porta verso l’immaginazione – oggi è un errore di sistema.
Essere stanchi non è un fallimento personale
Il successo de La società della stanchezza nasce forse da questo: Han toglie alla stanchezza il marchio dell’inadeguatezza. Non sei stanco perché sei debole. Sei stanco perché vivi in un mondo che non sa più fermarsi. E in questo senso, la stanchezza diventa quasi un sintomo di lucidità. Il corpo e la mente si ribellano a un modello che chiede infinito da risorse finite.
In un’Italia dove il lavoro è sempre più precario ma anche sempre più totalizzante, dove la visibilità sembra una forma di esistenza, dove persino le passioni diventano “competenze”, il pensiero di Han risuona in modo particolare.
Una possibile via d’uscita: recuperare il diritto all’inutile
Han non offre soluzioni facili. Non propone detox digitali né formule motivazionali. Suggerisce qualcosa di più radicale: riscoprire la negatività, il limite, l’interruzione, il silenzio. Recuperare spazi non finalizzati. Tempi non monetizzabili. Atti che non migliorano il curriculum.
Leggere senza postare. Camminare senza contare i passi. Pensare senza produrre. Forse, oggi, il vero gesto rivoluzionario non è fare di più, ma fare meno. Non per diventare più efficienti. Ma per tornare umani.
Conclusione
La società della stanchezza non è un libro pessimista. È un piccolo specchio. Ci mostra non un nemico esterno, ma una forma di vita che abbiamo interiorizzato. E forse il primo passo non è “cambiare tutto”, ma imparare a riconoscere quella voce che ci sussurra continuamente: “Puoi ancora.” E, ogni tanto, risponderle: “Basta.”
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