Ho visitato la Rocca Ariostesca, ora il Palazzo di Atlante, e mi sono chiesta: cosa resta davvero di un poema quando lo si attraversa con occhi contemporanei?
Lì, dentro, Ludovico Ariosto continua a parlare. Ma lo fa in una lingua nuova: tecnologica, immersiva, fatta di suoni e luci che non raccontano soltanto, ma fanno sentire. L’Orlando Furioso non è più solo da leggere: è da vivere.
E proprio in questo spazio emotivo si intrecciano tre simboli, tre carte che Italo Calvino utilizzava nei suoi racconti: la follia, la temperanza, l’appeso.
La follia è lo smarrimento. È perdere qualcosa che si desidera profondamente e non riuscire più a ritrovarsi. È Orlando, certo. Ma è anche ogni essere umano quando perde il proprio centro.
La temperanza è il ritorno. È il lento riacquistare equilibrio, il rimettere insieme i frammenti.
E poi c’è l’appeso: il cambio di prospettiva. Non è immobilità, ma trasformazione dello sguardo. È vedere il mondo da un’altra angolazione — e scoprire che tutto, improvvisamente, ha un altro senso.
Questa triade non è rimasta dentro la Rocca. Mi ha seguita. Si è intrecciata con la mia indagine, quella del Duca Frate.
Un uomo che perde l’equilibrio — per l’assenza di un affetto. Entra nella follia. Poi si spoglia. Letteralmente. Si sveste degli abiti ducali, dell’opulenza, dello sfarzo. Indossa il saio francescano. E lì, nella semplicità, ritrova se stesso.
È un passaggio radicale: dall’eccesso all’essenziale.
I frati, del resto, sono custodi di saperi antichi. Non solo spirituali. Alchemici. Conoscono le erbe, il vino, la trasformazione della materia. In Italia esiste una tradizione profondissima di vini d’abbazia — basti pensare all’Abbazia di Novacella — dove la cultura del vino è ancora oggi viva e raffinata.
Ma c’è di più.
I frati curavano anche attraverso il cibo. Un cibo semplice, essenziale, ma profondamente consapevole. Un cibo che diventa cultura, benessere, equilibrio.
E qui accade qualcosa di straordinario: questa semplicità entra nelle cucine ducali.
Alla corte estense, sotto Alfonso I d’Este, uno scalco introduce ingredienti e preparazioni provenienti dal mondo monastico. La semplicità incontra l’opulenza. Nasce una contaminazione che oggi definiremmo contemporanea: prodotti artigianali, autentici, inseriti in contesti scenografici.
Un gesto antico che anticipa il presente.
E tra le curiosità che emergono, ce n’è una che parla ancora di gusto e conoscenza: il primo trattato sui formaggi, legato alla corte estense. Un sapere che attraversa il tempo e arriva fino a noi, ricordandoci che anche il cibo è narrazione.
Tornando a Castelnuovo, lungo la strada che dalla Rocca conduce al convento, si incontra il Teatro Alfieri, dedicato a Vittorio Alfieri.
Tra le sue opere, Filippo II racconta un altro volto della triade: quello del potere. Un uomo che ha tutto — ma perde l’essenziale. L’amore, la condivisione, l’emozione.
E allora tutto torna.
La follia, la ricerca dell’equilibrio, il cambio di prospettiva.
Castelnuovo diventa così un luogo simbolico. Un crocevia di storie che, pur arrivando da direzioni diverse, conducono tutte allo stesso punto: la trasformazione.
Qualche tempo fa ho letto che la Finlandia cerca persone a cui insegnare la felicità, offrendo esperienze immersive, soggiorni, emozioni.
È una grande operazione di marketing.
Ma mi chiedo: abbiamo davvero bisogno di andare così lontano?
Perché qui, in Garfagnana, qualcosa di simile esiste già.
Non è la felicità costruita. È un equilibrio che si scopre.
Chi arriva a Castelnuovo spesso non vuole più andare via. Non per la movida — che qui non c’è — ma per una dimensione più umana, più lenta, più autentica.
È un territorio che insegna il cammino. A piedi, in bici, in moto. Tra botteghe artigiane, sapori veri, opere d’arte custodite nelle chiese, rocche che raccontano storie estensi.
È un turismo di nicchia, sì. Ma è anche ciò che oggi viene cercato: esperienza, profondità, senso.
Un territorio dove il benessere non si compra. Si incontra.
E forse è proprio questo il senso invisibile: non ciò che si vede, ma ciò che cambia dentro mentre attraversiamo i luoghi.
Io me ne sono innamorata, sempre di più.
E spero che, leggendo, possiate iniziare a farlo anche voi.
Vi aspetto davanti ad un calice raccontandovi aspetti non ancora narrati oppure aspettate il prossimo articolo seguendo sempre il filo di una piacevole lentezza dove il senso è invisibile ma visibile


