Con questa puntata della rubrica Radici e Orizzonti intervistiamo il giovane Dennis Favali, originario del comune di Piazza al Serchio ed oggi expat in Germania. Lo ringraziamo per la disponibilità a collaborare e per aver voluto rispondere ad alcune domande sulla sua vita ed esperienza all’estero.
La sua storia si inserisce in un fenomeno sempre più diffuso: quello della nuova emigrazione giovanile, spesso silenziosa, fatta non solo di partenze ma di reinvenzioni. Non si tratta più soltanto di “cercare fortuna”, ma di cercare spazio, riconoscimento, possibilità di esprimere sé stessi in contesti più dinamici e meno vincolati. In un tempo in cui le radici si intrecciano con il desiderio di movimento, ascoltare chi è partito può aiutarci a comprendere meglio anche chi resta.
Cosa ti ha spinto a lasciare la Garfagnana per lavorare all’estero?
“Premessa: la parola centrale è: radici, il senso di appartenenza, l’identificarsi con un ambiente ed un consorzio umano. Da questo punto di vista io radici non ne ho. Un po’ per motivi personali, un po’ per tendenza naturale, mi sono sentito sempre libero, al di sopra o di lato rispetto ai dogmi dell’identità. Venendo da una famiglia di emigranti (nel dopoguerra diversi membri hanno lasciato la Garfagnana in cerca di fortuna un po’ in tutto il mondo), a casa c’è sempre stato un respiro “internazionale “, o così l’ho percepito. L’essere poi cresciuto fuori dal paese, in campagna, ha contribuito a non costruire quel senso di appartenenza e quei forti legami che danno l’impressione di costituire una comunità. Ho lasciato prima la Garfagnana e poi l’Italia perché sentivo di non potermi acclimatare, accontentarmi troppo a lungo. Il mio percorso di studi non è molto spendibile se non nel settore della pubblica istruzione e quello era il mio desiderio di fondo, ma poi la realtà è stata un’altra e mi sono dovuto reinventare. Da questo punto di vista non ho trovato molte possibilità, o forse non ero abbastanza. Si parla molto di flessibilità, ma poi alla fine il mercato del lavoro non mi è parso così elastico come invece si è rivelato all’estero”.
Come descriveresti la tua vita oggi rispetto a quella che avevi (o immaginavi) in Garfagnana?
“Vivo e lavoro in una grande città tedesca, la quarta per PIL pro capite ed è normale che i ritmi siano diversi. Anche le aspettative. Pur avendo sempre avuto la vocazione all’insegnamento, ho scoperto che ci sono molte declinazioni di esso. Qui ho potuto fare questa scoperta ed interpretarla, farla mia, viverla. In Garfagnana, purtroppo, forse non sarei riuscito a fare il salto fuori dal concetto mentale classico di insegnamento. Ma è normale, non si possono fare paragoni e quindi nemmeno muovere accuse. La mia vita attuale è perennemente in divenire. Posso affermare con innocente soddisfazione di non aver ancora messo radici”.
C’è qualcosa della Garfagnana che porti con te ogni giorno, anche inconsapevolmente?
“Il senso del bello (inteso come naturale, genuino) è uno dei lasciti che porto dentro di me dalla mia esperienza di vita in Garfagnana. L’occhio allenato per l’armonia e le corrispondenze che solo un frequentatore di boschi e fiumi può avere. Un senso del bello che non è selvaggio, ma coltivato, come una vigna ben tenuta. Un altro aspetto fondamentale è la schiettezza: dire e fare con spontaneità, quando è necessario. Non è essere volgari o “terra terra”, bensì pragmatici ed effettivi. Inoltre, una certa innocenza, lo stupirsi delle grandi cose del mondo che da me non c’erano. Vogliamo definirmi “provinciale”? E sia”.
Hai mai pensato di tornare? E se sì, in che forma: per vivere, per contribuire, per raccontare?
“Tornare? Forse per una vacanza. Ci sono oggettive carenze di servizi che la grande città offre spontaneamente. Questo è il pregio e il difetto più grande. Ma quando si esce si impara anche ad apprezzarlo: certi giorni anche io, “homo civitatis”, mi ritirerei su un monte a badare alle patate ed al formenton, a dare il rame ai pomodori o a raccogliere i fiori di “zucco”.
Secondo te, cosa dovrebbe sapere chi vive ancora in Garfagnana su chi è partito oggi?
“La Garfagnana è una terra aspra ed interessante, ricca di storia, che volentieri ho studiato. Ma, come spesso ho visto in molti italiani all’estero e non, la Garfagnana (e la Toscana e l’Italia) non è l’ombelico del mondo e certe fierezze e orgogli identitari proprio li eviterei. Non perché sia un peccato averne, ma perché è un peccato limitarsi e convincersi che al mondo non ci possa essere di meglio e di diverso. Per chi rimane, fa bene ad amare ed impegnarsi per ciò in cui crede, ad un futuro migliore, ad una evoluzione ed elevazione. A loro i miei complimenti ed i miei migliori auguri”.