Riporto qui un post pubblico su Facebook di Rita Di Ghent, italo‑canadese di origini coregline, perché contiene una domanda che riguarda molti discendenti dei figurinai della Valle del Serchio:
«La mia famiglia è di Coreglia (la famiglia Salani). Passo molto tempo a cercare la terra, la gente, i costumi, ecc. Comunque lo faccio da lontano, da italo‑canadese. Coreglia non è la zona più ricercata della Toscana, quindi è difficile trovare molto che non sia o molto accademico o mirato al turismo. L’unica cosa che ha messo la nostra zona sulla mappa è il fenomeno “figurinai”. Non so come pensarci. Da un lato è lodato come un movimento artigiano unico, con un museo dedicato: comprensibile, perché le prime sculture sono mozzafiato. Dall’altro, ho letto resoconti che descrivono il fenomeno come un ambiente durissimo, dove i bambini venivano venduti, picchiati, affamati e abbandonati da capi avidi. Gli adulti erano truffati sullo stipendio a tal punto da non poter più sopportare l’impiego. Anche dopo venti mesi di lavoro, non ricevevano nulla perché avevano “rotto” un contratto di trenta. È straziante. Ho sentito mia madre dire che i nostri parenti vendevano statue per le strade di Parigi, ma non so se fossero artigiani, garzoni, bambini poveri o adulti ingannati. La mia domanda è: ammiriamo questi artigiani ancestrali? Chiaramente lo facciamo in termini di arte, ma possiamo essere orgogliosi di loro? Sarei grata di ascoltare coloro che ne sono a conoscenza.»
Il post è chiaro e interessante: non cerca folklore, non cerca consolazione, non cerca la cartolina. Cerca verità. E la verità, quando si parla dei figurinai, è sempre complessa.
Il fenomeno dei figurinai è stato insieme una grande tradizione artigiana e un sistema migratorio duro, segnato da contratti capestro, bambini mandati all’estero troppo presto, garzoni sfruttati, adulti trattenuti da rapporti di lavoro ingiusti. Chi racconta la parte luminosa non mente; chi racconta la parte buia non mente. Sono due verità che convivono.
La domanda di Rita – possiamo essere orgogliosi? – non ha una risposta semplice. Possiamo esserlo dell’arte, non delle condizioni in cui è nata. Possiamo esserlo delle persone, non dei contratti che le imprigionavano. Possiamo esserlo della resilienza, non della povertà che la rendeva necessaria.
I nostri antenati non sono stati grandi perché sfruttati, ma nonostante lo sfruttamento. E anche se la genealogia è incerta – maestri, garzoni, bambini, adulti ingannati – il valore della loro storia non cambia.
La memoria che serve oggi non è turistica né consolatoria: è una memoria critica, capace di tenere insieme luce e ombra. I figurinai non sono un monumento da lucidare né una ferita da nascondere. Sono persone che hanno creato bellezza dentro la fatica.
Io direi di sì, possiamo essere orgogliosi di loro.