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Redazione
ANNO XIVmercoledì 10 Giugno 2026
coreglia antelminelli

Giocondo Molinari, un artista tra realtà e fantasia

“Mi chiamo Dora, ho 18 anni, sono a servizio del Barone Carlo Vanni, nel suo palazzo in Via del Mangano e lì un giorno capitò un giovane scultore coreglino. Era appena ritornato dalle lontane Americhe, dal Texas precisamente. Ci scontrammo sulla porta di casa, io uscivo di corsa per sbrigare una commissione per l’Austriaca, la moglie del Barone. Lo guardai, era bruno, vestito all’americana. Si fermò osservando il mio volto con uno sguardo trasognato, nessuno mi aveva mai guardato a quel modo, avrei voluto sottrarmi a quello sguardo, ma lui con dolcezza mi spostò i capelli ricaduti sul mio volto e sorridendo, osservandomi con attenzione, si presentò. Mi disse il suo nome…Giocondo, era uno scultore e mi chiese se nei giorni successivi sarei stata libera per posare per lui. Voleva realizzare un busto di ragazza ed il mio viso, così dolce era ciò di cui aveva bisogno…con una certa incoscienza accettai, mi attirava l’idea di posare per un artista che avrebbe immortalato le mie sembianze e trasmesso la mia immagine alle generazioni future”.

“Mi chiamo Dora” di Matilde Gambogi, per il Progetto Donne Attive del Sistema Museale Territoriale della Provincia di Lucca.

Giocondo Molinari, figlio di Giovanni, uno dei più illustri organizzatori di “compagnie” di figurinai, divenne scultore dopo anni di studio iniziato al Regio Istituto di Belle Arti di Lucca. Il suo nome appare nella Relazione dei Professori Insegnanti dell’Istituto, del 20 settembre 1874, con numerosi giudizi nei quali si loda “l’esattezza ed il buon modo di plasticare, la diligente e nitida esecuzione nella Scuola d’ornato che fa ben sperare, tavole benissimo eseguite e toccate di penna, con rara precisione ed è tra i più meritevoli di lode per diligente esecuzione e per operosità”. Gli insegnanti stessi per Giocondo, propongono il 1° Premio per la Plastica della Figura, per gli Elementi di Ornato, per la Geometria Superiore e per gli Elementi  d’Architettura. Giocondo, dopo aver concluso il suo iter scolastico in varie Accademie, raggiungendo livelli artistici notevoli, espatriò in America, spingendosi fino nel Texas e tornato in Patria si ritirò a Coreglia dove iniziò la produzione di “stampe bone” di modelli che si ispiravano ad opere d’arte o a sue originali creazioni e potevano essere riprodotte in serie. La bottega di Giocondo offriva stampi per tutti i gusti ed era una tappa obbligata per i figurinai emigranti della zona.

In tante case di Coreglia sono conservate molte sue opere di ritrattistica a busto e mezzo busto, decorazioni murali, che diventano pezzi di arredo e sembrano prendere vita ed assumere forme diverse.

Giocondo Molinari, tra realtà e fantasia, uno scultore, un artista da raccontare attraverso  le sue opere, ma anche attraverso le sue originali vignette che offrono uno spaccato della vita dei figurinai, una vita fatta di partenze, di tanta nostalgia e di emozioni intense per il paese natio così lontano e dopo tanto tempo, il sogno che si avvera: il ritorno a Coreglia. L’occhio dell’artista, come l’obiettivo di una macchina fotografica, riprende e fissa gli attimi più emozionanti di un arrivo inatteso, ma sembra, dapprima, voler fare una panoramica dell’ambiente in cui si svolge la scena per poi soffermarsi sui tanti particolari: il vecchio cassettone, le statuìne in gesso, l’orologio appeso alla parete le cui lancette segnano un’ora tarda, i quadri, i trofei di caccia, l’immancabile gatto nascosto dietro la porta e sullo sfondo, appeso alla parete, il paese di Coreglia raffigurato in un dipinto. Infine, al centro, un gruppo di persone, i protagonisti della scena: tre figurinai, tornati a casa dopo una lunga assenza, ben vestiti, con indosso ancora il cappello, e i loro cari,  svegliati all’improvviso, le donne ancora in camicia da notte, ma sembrano non curarsene e paiono non voler interrompere i lunghi abbracci e le effusioni che finalmente possono scambiarsi.     Attraverso questo suo disegno l’Autore vuol farci rivivere le stesse  emozioni da lui vissute per i tanti ritorni  inaspettati.

Nella seconda vignetta, Giocondo descrive la sala in cui avviene l’incontro tra un figurinaio ed un cliente, le trattative concluse per l’acquisto delle statue ed il denaro che passa dalle mani del padrone di casa al figurinaio. L’autore si sofferma poi a ritrarre l’arredamento  con dovizia di particolari, un pianoforte ed una chitarra in un angolo, alle pareti i quadri e le mensole in gesso, le porte a due ante, la tenda fermata da un embrasse prezioso, un caminetto con il classico orologio che scandisce le ore, le statuine in gesso da disporre  sulla mensola del camino e la padrona di casa che se ne sta occupando, sotto gli occhi incuriositi di una signora anziana, che inforca un occhialino e di tre bambini,  il più piccolo è  in piedi su di una sedia. Da una porta semichiusa fa capolino la donna di servizio. Tutti stanno osservando ed ammirando quelle statuine appena acquistate, che diventeranno elementi di arredo e di vanto per la loro casa.

Nell’ultimo disegno Giocondo, con un tocco di matita, riesce a evidenziare la sorpresa e la gioia sul volto di una giovane donna, per il probabile ritorno inatteso di una persona amata. La ragazza, con le braccia alzate, corre incontro a colui che sta arrivando e che nessuno  si aspettava di vedere. Nella sua corsa precipitosa lascia cadere un canestro contenente degli ortaggi, che si sparpagliano a terra. Sullo sfondo una donna più anziana, seduta al tavolo, intenta al lavoro, stringe le mani in una sorta di ringraziamento e di preghiera. Giocondo, anche in quest’ ultima vignetta, ritorna a comunicarci gli stati d’animo di coloro che rimanevano ad attendere a casa i loro cari costretti ad emigrare

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