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Redazione
ANNO XIVmercoledì 9 Settembre 2026
il senso invisibile

Il tempo della Befana ha un profumo preciso

Apri il forno.

Il calore ti viene incontro per un istante, insieme a un odore che non ha bisogno di essere spiegato. È pieno, rotondo, vivo. Ti resta addosso. Se chiudi gli occhi, potresti essere ovunque — e invece sei lì, in cucina, come lo sei stata mille volte.

C’è sempre un momento, durante le feste, in cui questo gesto accade. Non è segnato sul calendario, non ha una data ufficiale. Succede quando la casa smette di correre e torna a respirare. Quando il tempo si allarga abbastanza da permetterti di restare.

Per me, la fine delle feste ha sempre avuto questo segnale: i biscotti.

Non quelli preparati per celebrare, ma quelli che arrivano quando tutto il resto è già successo. Quando l’albero è ancora acceso, ma non è più protagonista. Quando la cucina diventa di nuovo un luogo caldo, vissuto, con i rumori bassi e i movimenti lenti. Sul tavolo ci sono le teglie, la farina sulle dita, l’impasto che oppone una leggera resistenza sotto il palmo.

Le forme nascono quasi senza pensarci: stelle, tonde, cuori. Le riconosci prima ancora di guardarle, perché le mani le hanno fatte altre volte. Forse non proprio così, forse non proprio lì, ma abbastanza da sapere come devono venire.

Il profumo cresce mentre il forno resta chiuso.

Poi ritorna, più intenso, quando lo riapri.

Si spinge fuori, attraversa la cucina, scivola nel corridoio, arriva nelle stanze. Non invade: accompagna. È un odore che non chiama, ma trattiene. Ti dice che puoi fermarti, che non c’è più niente da rincorrere.

Prima della calza, prima dei doni, prima ancora di nominare l’Epifania, c’è questo momento. Il silenzio si fa più fitto. Qualcuno passa, allunga una mano, ne prende uno. È caldo, fragile, si spezza appena lo tocchi. Ti resta sulle dita una traccia lieve, che continui a sentire anche dopo.

Nel visibile, i biscotti sono lì: imperfetti, diversi uno dall’altro, mai identici.

Nell’invisibile, stanno facendo altro. Stanno segnando un passaggio. Dal pieno al raccolto. Dal rumore alla quiete. Da ciò che si mostra a ciò che resta.

La Befana, in questo, non è mai stata una figura rumorosa. Arriva quando tutto è già successo. Porta pochi doni, ma essenziali. Porta soprattutto una qualità del tempo che oggi riconosciamo come rara: una calma che scalda. Una calma che assomiglia alla casa quando nessuno ha più fretta di andare via.

Quelle forme — stelle, cerchi, cuori — una volta posate sul tavolo non chiedono attenzione. Sono tracce. Tracce di una tradizione domestica che non ha bisogno di essere spiegata, solo ripetuta. Un sapere silenzioso che passa dall’olfatto prima ancora che dalla memoria consapevole.

Solo dopo arriva il nome: Epifania.

Rivelazione.

Ma la rivelazione non è improvvisa. È lenta. È stare lì, con il profumo dei biscotti ancora nell’aria, e accorgersi che i sensi — l’olfatto più di tutti — sanno riportarci indietro e insieme tenerci nel presente. Sanno dirci quando un tempo si chiude. E quando è il momento di restare.

In una rubrica dedicata al visibile e all’invisibile, raccontare la Befana significa questo: riconoscere che a volte non serve guardare. Basta respirare. Perché è in quell’odore caldo, familiare, che ognuno ritrova la propria cucina, la propria attesa, la propria infanzia che non se n’è mai andata del tutto.

A questo punto, forse, viene voglia di rifare quel gesto.

Non una ricetta precisa, ma una traccia.

Farina, uova, burro.

Un impasto che si lavora finché diventa liscio sotto le mani.

Poi si stende, si ritaglia senza pensarci troppo: stelle, cerchi, cuori.

Il forno caldo, il tempo giusto.

Si tolgono quando il profumo riempie la cucina prima ancora che il colore sia perfetto.

Il resto lo fa l’aria di casa.

E la memoria.

Non sono solo i biscotti a segnare l’Epifania.

C’è anche un arrivo. Ed è inevitabile, allora, pensare ai Magi. Un’immagine che torna alla mente mentre il profumo dei biscotti resta sono l’ affreschi di Benozzo Gozzoli, nella Cappella dei Magi, una meraviglia per gli occhi, una processione, un susseguirsi di volti, animali, stoffe, colori che chiedono tempo allo sguardo. A Firenze, da secoli, quell’affresco non resta fermo.

Scende dai muri del palazzo e diventa cammino reale: un corteo che attraversa il centro storico, riportando i Magi tra le strade, tra le persone. Non come semplice rievocazione, ma come tradizione viva, condivisa, reiterata, e quando ricordo emerge insieme emerge l’emozione di chi come me ha percorso il cammino indossando il costume d’epoca.

Così come il profumo dei biscotti attraversa le stanze di casa, il corteo attraversa la città. Lentamente. Senza fretta. È la stessa qualità del tempo che ritorna: un tempo che prepara, che accompagna, che non ha bisogno di arrivare subito per essere compreso.

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