Nelle pieghe della grande emigrazione ottocentesca ci sono storie che sembrano dormire per decenni, finché qualcuno non le risveglia con un gesto semplice: un ricordo, un documento, un nome ritrovato. È il caso di Giovanni Vincenzo Lucchesi, nato a Fiattone il 29 dicembre 1852, figlio di Massimiliano Lucchesi e Maria Diani. Un bambino come tanti, battezzato nella piccola parrocchia del paese, con padrini che portavano gli stessi cognomi che ancora oggi popolano le nostre comunità.
Quel bambino, però, avrebbe percorso un cammino diverso da quello dei suoi coetanei. Nel 1877 salpò verso il Brasile e divenne Vicente Lucchesi, uno dei primissimi italiani a stabilirsi a Itapetininga, città allora in piena espansione agricola e commerciale. Qui, come spesso accadeva, il nome cambiò, e con esso nacque anche un soprannome: “Marengo”, con cui divenne noto nella comunità locale.
Vicente sposò Maria José Plattner, figlia di immigrati svizzeri e vedova di un altro italiano. Insieme ebbero sette figli, radicando definitivamente il cognome Lucchesi in quella parte di Brasile dove, ancora oggi, vive una discendente comunità di origine toscana.
Si spense il 16 giugno 1925, all’età di 72 anni. La sua morte fu annunciata sul Correio Paulistano, segno che la sua figura era ormai parte della storia cittadina.
Itapetininga: la città che accolse i nostri emigranti
Per noi della Valle del Serchio, Itapetininga è un nome quasi sconosciuto. Eppure, nell’Ottocento, fu una delle mete privilegiate per chi cercava lavoro e dignità lontano da casa.
Fondata nel XVIII secolo, Itapetininga si trova nello Stato di San Paolo, in un’area fertile e strategica per l’allevamento e l’agricoltura. Alla fine dell’Ottocento era un centro dinamico, attraversato da commerci, nuove ferrovie e un crescente bisogno di manodopera qualificata.
Fu proprio in questo contesto che arrivarono i primi italiani, molti dei quali provenienti da piccoli paesi toscani. Portavano con sé competenze artigiane, capacità agricole e una straordinaria attitudine all’adattamento. In breve tempo contribuirono allo sviluppo della città, fondando attività, integrandosi nelle comunità locali e trasmettendo tradizioni che ancora oggi sopravvivono nei cognomi, nelle feste e perfino nella cucina.
Itapetininga è oggi una città di oltre 160.000 abitanti, con un forte settore agroindustriale e un’identità multiculturale che deve molto ai flussi migratori europei del XIX secolo. Tra quei flussi, anche la nostra Valle del Serchio ha lasciato un’impronta.
Un ritorno simbolico
La storia di Vicente – o meglio, di Giovanni Vincenzo – è una delle tante che uniscono la Valle del Serchio al Brasile. Ma ogni volta che una di queste storie riaffiora, non è mai “una fra tante”: è un ritorno simbolico, un ponte che si ricostruisce tra chi partì e chi oggi, da qui, prova a rimettere insieme i fili della memoria.
Grazie al discendente di Vicente, Alan Franci, per aver riportato alla luce questa vicenda familiare che appartiene, in fondo, a tutti noi.