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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
kibaya

I diritti negati, una battaglia che riguarda tutti

Sono originaria del Burkina Faso, ma sono nata in Costa D’Avorio da genitori immigrati lì in quanto alla ricerca di una vita migliore.

Contrariamente a quello che si pensa spesso da noi, l’immigrazione non riguarda solo l’Italia e nemmeno soltanto il mondo occidentale. Al sud del mondo, ci sono molte più persone che emigrano da un paese all’altro. Si contano molti più rifugiati che in Europa. Per fare solo qualche esempio, possiamo citare l’Iran come il paese che ospita più rifugiati al mondo, seguito dalla Turchia, la Colombia, la Germania e l’Uganda.

L’umano è un nomade per eccellenza anche se, dappertutto, si tende a discriminare i gruppi di tradizione nomade. La gente si sposta per vari motivi e si sposta ovunque. Il problema nasce solo quando alcuni popoli decidono di usare questo fenomeno come bandiera politica per massimizzare il proprio consenso giocando sulle differenze come ostacolo al vivere insieme serenamente.

Comunque la vita dei miei genitori in Costa D’Avorio fu serena fino a quando si ammalò mio padre gravemente e, allora, furono entrambi costretti a rientrare in Burkina Faso. Prima che nascessi io, dalla Costa D’Avorio tornarono con mia sorella maggiore per delle vacanze. Mamma racconta delle difficoltà avute per far mangiare mia sorella in Burkina Faso. Aveva i genitori di origine burkinabè, ma lei era ivoriana di fatto per nascita e per aver vissuto in quel paese fino al rientro dei nostri genitori. Ritornando con me e mio padre ammalato, la mamma aveva imparato la lezione ormai e si caricò le valigie di provvigioni per la cucina durante i primi mesi del rientro in Burkina Faso.

Questo preliminare per dire che sto pensando a tutti i bimbi nati all’estero come me e come mia sorella. I bambini sono di dove sono nati e/o cresciuti, non soltanto dei paesi di origine dei genitori. Quando sento discutere dello ius soli e dei vari ius in Italia, penso a come una questione di buon senso possa comunque diventare un problema, a mio avviso, inutile. Un bimbo nato e/o cresciuto in Italia, che studia in Italia, parla e mangia italiano, ha tutti gli amici italiani o che vivono in Italia, non è italiano di fatto? Se non vengono considerati italiani, c’è un problema ed è serio.

Ho una cugina in Italia che ha tre bimbe tutte nate qua. Le prime due sono state in Burkina Faso quando la più grande aveva 10 anni e quella piccola otto. Sono state in Burkina per due settimane. Ora la più grande ha iniziato il primo anno dell’università e la seconda è in terza superiore. In tutta la loro vita, sono state nel paese dei genitori solo una volta per due settimane. La terza, che ha cinque anni, non è mai stata fuori dall’Italia. Sono italiane, anche se lo stato italiano continua a ignorarle.

Andate in Burkina per solo due settimane, la loro vita non è stata facile perché non hanno amici lì, non sanno usare il gabinetto, non sanno lavarsi con il secchio d’acqua, non parlano la lingua locale, sono disorientate. Erano straniere a casa dei genitori che non è casa loro, se non solo per il sangue. Mentre noi creiamo e alimentiamo tutte le forme di discriminazione nei loro confronti, loro sono e si sentono italiane. Noi continuiamo ad alimentare le violenze per le frustrazioni che creiamo in loro e che le segnano a vita.

Ci sono stati i casi di ragazzi esclusi da una gita o un viaggio all’estero per un discorso di visto che devono fare, mentre i compagni con i quali sono cresciuti, hanno giocato e studiato da quando sono nati non ne hanno bisogno. Non è mai bello punire e usare i più piccoli per prendersela con gli adulti. Poi qualcuno mi dirà che possono richiedere la cittadinanza da maggiorenni; e allora a cosa è servito negargliela da piccoli se, prima o poi, la devono avere? E, comunque, sappiate che a 18 anni non è nemmeno automatico se fanno richiesta. È una pratica lunga e faticosa.

Spesso è la paura che lo straniero, diventato italiano, “ci rubi il lavoro”; ma i minori non hanno bisogno di lavoro. I bimbi vogliono essere uguali ai loro compagni, amici e conoscenti; vogliono essere trattati come dei bimbi nati e cresciuti nello stesso paese dei loro compagni e, se fossimo logici, lo dovrebbero essere. Se diventeranno prima o poi degli italiani, è inutile negargli la cittadinanza quando sono più piccoli e più sensibili alle discriminazioni. È da 18 anni in poi che possono lavorare e ci possono “rubare”, quindi, il lavoro.

Sono le uniche persone al mondo ale quali, legalmente, si nega la cittadinanza e vivono, di fatto, come persone sensibili e vulnerabile senza stato, visto che non appartengono ai paesi di origine dei genitori e non si sentono tali né vengono considerati cittadini nel loro paese di origine (l’origine è dove tutto ha avuto inizio per la tua persona). Si tratta di un diritto negato e, come tale, fa parte delle ingiustizie umane che vanno combattute. Riconoscere un diritto a un essere umano non ne toglie mai uno a chi ne gode già, ma rende solo giustizia a chi ne era privato. 

I risultati del referendum dell’8 e 9 giugno ci hanno fatto capire due fatti: la prima è che gli italiani hanno, ormai, smesso di andare a votare e la scusa del “tanto i politici sono uguali” o “la sinistra non è più la sinistra” non regge nemmeno più, perché questa volta si trattava di votare per noi e i nostri diritti e non per eleggere un politico.

Comunque, il secondo dato importante è che il 38 per cento di quelli che sono andati a votare negherebbe la cittadinanza agli “stranieri” che, spesso, stranieri non sono perché è chiaro che nessuno rimane straniero per sempre in un paese. Tuttavia, come letto da qualche parte, non c’è schiavo peggiore di chi, invece di battersi per i propri diritti, si adopera affinché vengano negati anche quelli degli altri. Si chiama mettersi i bastoni fra proprie ruote, pensando fare un dispetto agli altri.

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