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Redazione
ANNO XIVgiovedì 10 Settembre 2026
kibaya

La mia laurea magistrale in Burkina Faso: tra esami e mercati

Oggi mi ricordo i preparativi per la discussione della mia laurea magistrale e di come il mercato rappresenti una vita a parte in Burkina Faso e, forse, in tutta l’Africa.

La preparazione per la parte orale della discussione della tesi fu la più buffa. Facevo le prove da sola a casa e, a volte, anche camminando per strada; però non era la parte preoccupante dell’evento che stava per arrivare e che avrebbe coronato cinque anni di studi universitari.

Per discutere la tesi, dovevo trovarmi un vestito elegante da indossare. Era come prepararsi per il matrimonio, un “matrimonio intellettuale” che mi avrebbe fatto passare dalla vita da studentessa che cerca il sapere a quella di una persona che avrà pure un documento per dimostralo. Avrei portato il titolo di “Maitre es Lettres”. Era tanta roba per chi aveva fatto una lunga strada per arrivare all’università.

Ero riuscita comunque a risparmiare dei soldi, sia per il vestito che per farmi acconciare i capelli. Mi feci accompagnare da Colètte al mercato più vicino per scegliere l’abito. Il mercato era già pieno di vita quando arrivammo, nonostante fosse abbastanza presto: del resto, l’orario di punta al mercato era verso le 8. Ogni tanto si sentiva la musica proveniente da qualche hangar.

I commercianti che hanno gli hangar coperti, di solito, hanno anche l’elettricità e collegano spesso qualche apparecchio musicale per diffondere della musica alla moda in modo da attirare di più l’attenzione dei clienti. A volte, alla vista di un eventuale cliente, fanno qualche passo di danza, invitando i clienti con gesti divertenti. Alcuni passanti ridono e danno soltanto un’occhiata veloce alla merce esposta, altri alzano il pollice in segno di approvazione del suono musicale o del movimento del venditore; altri ancora entrano a guardare la merce urlando per farsi sentire.

La maggior parte dei banchetti del mercato sono all’aperto e la merce esposta su qualunque cosa: c’è chi ha uno o più tavoli dove espone la sua mercanzia, altri stendono per terra o su dei vecchi sacchi o dei panni o, ancora, su una specie di tovaglia elastica. L’unica cosa che unisce tutti sono le urla per chiamare i clienti. Si sentono le risate di adulti e bambini come si sentono i pianti dei neonati attaccati sulla schiena delle mamme indaffarate a vendere.

I nostri mercati sono un miscuglio di articoli diversi, spesso però divisi in reparti. Dopo avere superato il reparto di frutta e verdura, dove si vedono tutti i tipi di verdura fresca o secca esposti e la moltitudine di mosche che volano, arrivammo al reparto di abbigliamento. I venditori si litigavano i clienti con continue sollecitazioni: “Vieni da me, guarda come è bello questo vestito”; oppure: “Compra questa maglietta. A te starà benissimo”. Ci chiamavano in continuazione perché ci avvicinassimo alle loro botteghe. È il comportamento tipico dei nostri mercati. Colètte mi fece notare un completo che avrebbe potuto andare bene per me e per l’occasione. Conosceva già il commerciante. Lui ci mostrò tanti altri vestiti. Finii per provarmene uno e mi piacque. Non era molto caro ed era bello. Pagai e partimmo. Andammo a prendere un appuntamento dalla parrucchiera, poi ritornammo a casa.

Il giorno fatidico in cui dovevo discutere la tesi finalmente giunse e io arrivai presto per preparare la stanza. Mi aiutò Aude (si pronuncia OD), addetta al laboratorio di linguistica, luogo in cui avrei discusso la tesi. Avevo portato il vestito nuovo in una busta. Quando fu prossima l’ora convenuta, mi feci aiutare da Aude, in bagno, a vestirmi.

Quando uscimmo dal bagno, notai che gli amici iniziavano ad arrivare e l’emozione cominciò a farsi sentire. Per fortuna, poco dopo, i membri della commissione arrivarono anch’essi e iniziammo.

La commissione era composta dal professore Traoré, il quale aveva seguito la mia ricerca, e da due professori di linguistica e specialisti della lingua mooré. Con il mooré avevo una buona dimestichezza, non solo perché era madrelingua, ma anche perché avevo tradotto molti testi in codesta lingua. Un professore di storia completava la commissione esaminatrice. L’argomento della tesi comprendeva una dissertazione sia sotto il profilo linguistico che storico. Si trattava di una ricerca sull’origine dei nomi dei villaggi.

Tutti i professori di linguistica li conoscevo già, ma non il professore di storia la cui conoscenza l’avevo fatta poco tempo prima. Il professor Compaoré, docente di storia, era conosciuto come un uomo severo. Quindi un po’ temuto dagli studenti. Tutti, o almeno noi che non eravamo della facoltà di storia, tenevano le distanze. Un giorno, aveva buttato le nostre biciclette nella spazzatura perché le parcheggiavamo davanti al laboratorio di linguistica situato nello stesso compartimento del suo ufficio. Per lui le biciclette andavano parcheggiate altrove per non ostruire il passaggio e aveva anche ragione, ma siccome il parcheggio non era gratis, non tutti potevano parcheggiare lì. Per metterla al parcheggio dovevi pagare 25 franchi CFA, che non vale nemmeno un centesimo in euro, ma era comunque una cifra che non potevi permettere sempre. Chi poteva, faceva l’abbonamento mensile. Allora noi altri provavamo a parcheggiare le nostre bici dove c’erano più movimenti di persone per evitare che venisse rubata.

Un pomeriggio trovai la mia bici nella spazzatura e gli amici mi dissero che era stato lui ad averla buttata lì. Presi la bici e la parcheggiai all’ombra sotto un albero. La mattina seguente era una giornata tranquilla come tante altre, e noi stavamo davanti al laboratorio a fare due chiacchiere aspettando l’ora della lezione per andare in classe. Il professor Compaoré uscì dal suo ufficio. Tutti rimasero in silenzio. Decisi di dirgli qualcosa anche se mi aspettavo un silenzio, uno sguardo minaccioso o qualche brutta parola: «Buongiorno signore!» «Buongiorno!» rispose lui continuando a camminare di fretta, senza guardarmi. «Non ci sono delle caramelle?» gli chiesi in modo impertinente, come una bimba che si rivolge a suo padre. Il professore si fermò e si girò ridendo e disse: «Figlia mia, così presto la mattina vuoi delle caramelle?» «Sì!» risi anch’io e anche gli altri sorridevano. Il professore mise la mano nella tasca destra dei pantaloni e tirò fuori una banconota da 1.000 fCFA (meno di due euro). «Tieni!» disse.

Corsi sorpresa e felice, non soltanto per i soldi ma per il fatto che non si fosse arrabbiato. Allora capii che l’essere umano, spesso, ha due facce e bisogna capire quale faccia attivare. Vederlo membro della commissione della discussione della mia tesi, mi infondeva timore perché non sapevo quel lato suo si sarebbe mostrato.

Comunque sono diventata “Maitre Es Lettres” anche grazie a lui e ogni volta che mi capita il certificato della Laurea Magistrale fra le mie mani rinasce tutta una storia.

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