L’espresso delle 11,15
…ed era bello, era felicità, era senso, era per lo spettatore un dono e una scoperta, come lo è un orecchio colmo di Bach, un occhio colmo di Cézanne. (…) fu solo fenomeno, miracolo, segreto, tanto bello quanto solenne, tanto incantevole quanto inesorabile.
(Il Canto degli Alberi, H. Hesse)1
Hermann Hesse scrisse questo racconto nel 1952, osservando un faggio che al lieve vento di primavera perdeva le foglie che aveva tenacemente conservate, perfino durante le tempeste invernali. Uno spettacolo che definisce “un’epifania dell’immenso e dell’eterno (…) significava il segreto dell’essere”.1
Mi sembra che poche altre immagini possano dipingere con tanta bellezza la visione di un ricordo…
Sfornò la giornata insieme a un delizioso profumo di alchermes che iniziò ad aleggiare in tutta la casa. Aveva preparato la torta agli amaretti, un impasto che lei accomodava con generosa sapienza.
Arrivai proprio in quell’esatto momento, schiusi l’uscio ed entrai con entusiasmo. Il ricordo vibrò solo per un po’ al mio giungere ed io iniziai subito a gustarne ogni attimo: l’impasto che scricchiolava croccante e burroso come l’allegro mormorio delle voci, le luci soffuse del giorno appena sveglio, l’eco delle immagini passate e che di quella casa componevano l’armonia più profonda…
Dalla mia privilegiata prospettiva riuscivo persino a perdonare lo scorrere troppo veloce del tempo che pulsava con rassicurante battito nel Castello di Coreglia.
Una tenda svolazzò vivace portando con sé i freschi aromi dell’orto.
Sul tavolo di marmo era appoggiato un cesto ancora umido di rugiada che passi lenti e sicuri avevano appena portato e le foglie turgide e odorose sprigionavano tutta la loro magica essenza.
Personalmente, ora come allora è il frizzante effluvio della nepitella2 che opera la magia di ricondurmi al nido, luogo in cui il quotidiano era scandito anche dalle premure più semplici, dove il rito del desinare aveva un compito per ognuno, iniziando dalla tavola da imbandire. (…) il sale gettò nell’acqua che fremé ronzando. (…) Il bollor ruppe fioco. (…) L’olio cantò con murmure sommesso; (…) Fumavano le calde erbe da presso, scriveva Giovanni Pascoli nella poesia Il desinare.3
Pascoli, con molta probabilità, attribuiva invece all’erba cedrina questa sentimentale capacità evocativa. Conosciuta anche come verbena odorosa o erba luigia, per citare solo alcuni degli appellativi popolari con cui è nota, deve il suo nome scientifico, Aloysia citrodora, al botanico spagnolo Antonio Palau y Verdera che nel 1784 così la battezzò in onore di Maria Luisa di Parma, Regina consorte di Spagna. La Regina, dal carattere forte e di spiccata personalità, ebbe una vita intensa, da ogni punto di vista. Ma tra tutti gli intricati sviluppi della Storia, mi piace ricordare che fu lei ad istituire, nel 1792, l’Ordine della regina Maria Luisa, uno dei primi ordini cavallereschi riservato solo alle donne. Dieci anni prima, nel 1782, aveva dato alla luce Maria Luisa di Borbone-Spagna, sesta dei quattordici figli, futura Duchessa Sovrana di Lucca: colei che nel dicembre del 1817 entrò trionfalmente a Lucca insieme al figlio Carlo Lodovico. Maria Luisa diede slancio alla Cultura e alle Scienze, fondò l’Orto Botanico e dedicò grande attenzione alle Terme di Bagni di Lucca, riportandole al centro dell’interesse europeo; promosse lavori pubblici tra cui la Via Ducale -per citarne uno- che collegava Lucca a Modena. Per seguire personalmente la progressione dell’opera, che durò dal 1819 al 1829, fu periodicamente ospitata dall’antica famiglia Giannini di Tereglio di cui uno dei rappresentanti era il giovane medico Giovanni Andrea Ansano Giannini, all’epoca ventiseienne, che sarà conosciuto anche ai posteri per i suoi studi botanici.
L’erba luigia, aromatica piantina anche lei dalla poliedrica e intensa personalità -che nei luoghi di origine, il Sudamerica, ha il potere della spontaneità- può condurre a immagini più legate al focolare domestico come avviene a Giovanni Pascoli che, infatti, ne porta un cespuglio a Castelvecchio mettendolo vicino all’uscio, come la madre lo aveva collocato a San Mauro di Romagna, nella casa natia. Il piccolo arbusto che, se accarezzato, sprigiona l’essenza così profondamente familiare, lo faceva sentire a casa.
Mi accorsi che il mio ricordo, accesosi improvvisamente grazie a un pensiero planato chissà da dove, stava esaurendo la sua energia. Feci in tempo a vederne gli ultimi suoni, quasi percepivo come reale il profumo di quella ricetta tramandata insieme al suo segreto prima che la casa e con essa quella inaspettata memoria si chiudessero su se stessi.
La parola ricordo ha un etimo bellissimo, significa richiamare al cuore, luogo dei sentimenti. Al cuore, non alla mente che può essere un passaggio successivo.
Per questo motivo è un privilegio vivere con, ma mai “di”, ricordi.
Parafrasando Giovanni Pascoli, il ricordo è vita e la vita non è se non ricordo.4 Ogni istante del tempo è contemporaneamente presente, passato e futuro, granelli di sabbia che mentre cadono si risollevano e ricadono ancora … incessantemente…
Cinzia Troili
1Il Faggio – Il Canto degli Alberi, H. Hesse. (Ed. Ugo Guanda 2019, pag. 13).
2Calamintha nepeta, (L.) Savi, 1798
3Il desinare – Primi poemetti, La sementa, G. Pascoli. (Ed. Newton, 2011 -Pascoli, Tutte le poesie- pag. 107).
4 “Il ricordo è poesia, e la poesia non è se non ricordo” è la frase scritta nella Prefazione dedicata alla sorella Maria, a firma di Giovanni Pascoli, dei Primi poemetti, 1904. (Ed. Newton, 2011 -Pascoli, Tutte le poesie- pag. 100).
FOTO: – Il Castello di Coreglia Antelminelli in uno scatto del 1982.
– Casa Giannini a Tereglio (da una foto di Claudia Lucchesi).
