Ci sono fotografie che sembrano dormire. Restano per decenni in un cassetto, mute, finché qualcuno non le risveglia e scopre che dentro quell’immagine c’è molto più di un volto. C’è un mondo.
È il caso di questo ritratto di Luigi Gonnella, nato a San Pietro in Campo il 30 novembre 1893 e poi emigrato con la famiglia a Richmond, Virginia. Nella foto, Luigi posa con una compostezza sicura: la mano appoggiata alla sedia in vimini, il busto eretto, lo sguardo diretto. Non è il ragazzo appena arrivato in America, spaesato e in cerca di fortuna. È il figlio di una famiglia che, a Richmond, aveva già trovato stabilità e un miglioramento sociale. L’abito nuovo, il panciotto, la cravatta annodata con cura raccontano l’orgoglio di chi vuole mostrare ai parenti rimasti in Italia che la nuova vita oltreoceano non solo ha attecchito, ma sta dando frutti. È facile immaginare che questo ritratto fosse destinato proprio ai nonni, come prova tangibile di un percorso familiare riuscito.
Il gabinetto fotografico dove Luigi si fece ritrarre è il Jefferson Art Gallery, al 823 di Broad Street, uno dei luoghi più vivaci della Richmond di quegli anni. A fondarlo, nel 1895, fu James Conway Farley, nato schiavo nella Contea di Prince Edward e divenuto, grazie a un talento fuori dal comune, il primo afroamericano riconosciuto ufficialmente come fotografo professionista.
Farley non era soltanto un tecnico dell’immagine: era un artigiano della dignità. In un’epoca in cui la segregazione tentava di definire chi avesse diritto a essere rappresentato e come, lui costruiva ritratti che restituivano presenza, compostezza, umanità. Il suo studio divenne un punto di riferimento per la comunità nera di Richmond, ma anche per immigrati, lavoratori, famiglie in cerca di un’immagine che fissasse un momento di passaggio.
Di Farley sopravvive poco: molte sue opere sono andate perdute, altre sono conservate al Valentine Museum di Richmond, che ne tutela la memoria come testimonianza preziosa della fotografia afroamericana delle origini. Immaginare Luigi, giovane italoamericano che rappresenta il successo dei suoi, davanti alla macchina fotografica di Farley significa cogliere un incontro fra due traiettorie lontanissime. Da una parte una famiglia che aveva trovato in America un futuro più solido; dall’altra un fotografo che aveva trasformato la propria vita in un atto di emancipazione.
La fotografia diventa così un punto di contatto: un istante in cui due storie marginali si incrociano e si illuminano a vicenda. Quando la foto è riemersa dopo tanti anni, non poteva restare un ricordo privato.
L’ho inviata al Valentine Museum, affinché potesse essere conservata nel loro gabinetto fotografico accanto alle opere di Farley. È un modo per restituire alla storia ciò che le appartiene: un piccolo tassello che arricchisce la memoria di una comunità, di una città e di un fotografo che ha lasciato un segno profondo pur avendo mantenuto poche tracce materiali. Una foto ritrovata, un giovane emigrante, un fotografo nato schiavo: tre vite che si sfiorano in un’immagine. E che oggi, finalmente, tornano a parlare.
radici e orizzonti